Scomodo
Dal 2016 una comunità reale, più offline che su Instagram. A @laredazioneroma, @laredazionemilano, @laredazioneempoli e @laredazionebari
Abbiamo fatto delle magliette!
La direzione artistica è di Davide Rossi Doria (@daviderossidoria), la serigrafia è a cura di VecchioStampo (@vecchiostampo_lab).
Se ne vuoi una, la trovi al link in bio o in tutte le nostre redazioni 👕

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Scomodo N°76 è in arrivo 🎡
Presto puoi trovarlo in librerie e spazi culturali nei punti scomodi sparsi in tutta Italia. E anche a @laredazioneroma @laredazionemilano @laredazioneempoli e @laredazionebari
Lo presentiamo il 22 aprile a @laredazioneroma con tant ospiti e amiche e amici - vieni e prendi la tua copia! Se invece vuoi riceverlo a casa, abbonati ora in bio
La copertina è di @danielesigismondo (grazie!!)

Il 16 aprile 2026 il governo israeliano ha approvato un piano di occupazione da 334 milioni di dollari nel sud della Siria sulle alture del Golan. Le alture del Golan distano dalla capitale Damasco circa 55 km in linea d’aria, e sono un’area sotto occupazione israeliana dal 1967, annessa dalle leggi israeliane dal 1981 e riconosciuta internazionalmente solamente dagli Stati Uniti.
“Il governo israeliano ha stanziato fondi pubblici per commettere crimini di guerra in Siria, mentre allo stesso tempo accelera l’espansione degli insediamenti in Cisgiordania e continua a tollerare l’impunità per le violenze contro i palestinesi in quella zona”, ha dichiarato Hiba Zayadin, ricercatrice senior sulla Siria per HRW.
L’esecutivo di Netanyahu ha approvato il progetto per lo sviluppo della colonia di Katzrin, fondata nel 1977, che verrà riqualificata in quella che i funzionari israeliani hanno definito la “prima città” del Golan, con l’obiettivo dichiarato di portare 3.000 nuove famiglie di coloni israeliani nel territorio occupato siriano entro il 2030.
Varie ong sul campo tra cui HRW hanno documentato gravi abusi commessi dall’esercito israeliano durante le operazioni militari e di sicurezza in Siria, tra cui lo sfollamento forzato di residenti siriani dai villaggi nella zona appena occupata. La deportazione e il trasferimento forzato della popolazione civile sono crimini contro l’umanità e crimini di guerra perseguibili dinanzi alla Corte Penale Internazionale e alla Corte Internazionale di Giustizia. Secondo le testimonianze, i soldati dell’IDF sono entrati nei villaggi minacciando militarmente i residenti siriani e hanno poi raso al suolo le case con i bulldozer, sradicato i frutteti e gli orti circostanti.
Come dichiarato da HRW, “L’Unione Europea e i suoi stati membri, il Regno Unito e gli altri Paesi in grado di esercitare una certa influenza dovrebbero reagire sospendendo i propri accordi commerciali con Israele e introducendo un divieto di scambi commerciali e di attività economiche con gli insediamenti israeliani illegali, applicandolo sia alle alture del Golan occupate che alla Cisgiordania”.
di @jonathan_piccinella

Il 16 aprile 2026 il governo israeliano ha approvato un piano di occupazione da 334 milioni di dollari nel sud della Siria sulle alture del Golan. Le alture del Golan distano dalla capitale Damasco circa 55 km in linea d’aria, e sono un’area sotto occupazione israeliana dal 1967, annessa dalle leggi israeliane dal 1981 e riconosciuta internazionalmente solamente dagli Stati Uniti.
“Il governo israeliano ha stanziato fondi pubblici per commettere crimini di guerra in Siria, mentre allo stesso tempo accelera l’espansione degli insediamenti in Cisgiordania e continua a tollerare l’impunità per le violenze contro i palestinesi in quella zona”, ha dichiarato Hiba Zayadin, ricercatrice senior sulla Siria per HRW.
L’esecutivo di Netanyahu ha approvato il progetto per lo sviluppo della colonia di Katzrin, fondata nel 1977, che verrà riqualificata in quella che i funzionari israeliani hanno definito la “prima città” del Golan, con l’obiettivo dichiarato di portare 3.000 nuove famiglie di coloni israeliani nel territorio occupato siriano entro il 2030.
Varie ong sul campo tra cui HRW hanno documentato gravi abusi commessi dall’esercito israeliano durante le operazioni militari e di sicurezza in Siria, tra cui lo sfollamento forzato di residenti siriani dai villaggi nella zona appena occupata. La deportazione e il trasferimento forzato della popolazione civile sono crimini contro l’umanità e crimini di guerra perseguibili dinanzi alla Corte Penale Internazionale e alla Corte Internazionale di Giustizia. Secondo le testimonianze, i soldati dell’IDF sono entrati nei villaggi minacciando militarmente i residenti siriani e hanno poi raso al suolo le case con i bulldozer, sradicato i frutteti e gli orti circostanti.
Come dichiarato da HRW, “L’Unione Europea e i suoi stati membri, il Regno Unito e gli altri Paesi in grado di esercitare una certa influenza dovrebbero reagire sospendendo i propri accordi commerciali con Israele e introducendo un divieto di scambi commerciali e di attività economiche con gli insediamenti israeliani illegali, applicandolo sia alle alture del Golan occupate che alla Cisgiordania”.
di @jonathan_piccinella

Il 16 aprile 2026 il governo israeliano ha approvato un piano di occupazione da 334 milioni di dollari nel sud della Siria sulle alture del Golan. Le alture del Golan distano dalla capitale Damasco circa 55 km in linea d’aria, e sono un’area sotto occupazione israeliana dal 1967, annessa dalle leggi israeliane dal 1981 e riconosciuta internazionalmente solamente dagli Stati Uniti.
“Il governo israeliano ha stanziato fondi pubblici per commettere crimini di guerra in Siria, mentre allo stesso tempo accelera l’espansione degli insediamenti in Cisgiordania e continua a tollerare l’impunità per le violenze contro i palestinesi in quella zona”, ha dichiarato Hiba Zayadin, ricercatrice senior sulla Siria per HRW.
L’esecutivo di Netanyahu ha approvato il progetto per lo sviluppo della colonia di Katzrin, fondata nel 1977, che verrà riqualificata in quella che i funzionari israeliani hanno definito la “prima città” del Golan, con l’obiettivo dichiarato di portare 3.000 nuove famiglie di coloni israeliani nel territorio occupato siriano entro il 2030.
Varie ong sul campo tra cui HRW hanno documentato gravi abusi commessi dall’esercito israeliano durante le operazioni militari e di sicurezza in Siria, tra cui lo sfollamento forzato di residenti siriani dai villaggi nella zona appena occupata. La deportazione e il trasferimento forzato della popolazione civile sono crimini contro l’umanità e crimini di guerra perseguibili dinanzi alla Corte Penale Internazionale e alla Corte Internazionale di Giustizia. Secondo le testimonianze, i soldati dell’IDF sono entrati nei villaggi minacciando militarmente i residenti siriani e hanno poi raso al suolo le case con i bulldozer, sradicato i frutteti e gli orti circostanti.
Come dichiarato da HRW, “L’Unione Europea e i suoi stati membri, il Regno Unito e gli altri Paesi in grado di esercitare una certa influenza dovrebbero reagire sospendendo i propri accordi commerciali con Israele e introducendo un divieto di scambi commerciali e di attività economiche con gli insediamenti israeliani illegali, applicandolo sia alle alture del Golan occupate che alla Cisgiordania”.
di @jonathan_piccinella

Il 16 aprile 2026 il governo israeliano ha approvato un piano di occupazione da 334 milioni di dollari nel sud della Siria sulle alture del Golan. Le alture del Golan distano dalla capitale Damasco circa 55 km in linea d’aria, e sono un’area sotto occupazione israeliana dal 1967, annessa dalle leggi israeliane dal 1981 e riconosciuta internazionalmente solamente dagli Stati Uniti.
“Il governo israeliano ha stanziato fondi pubblici per commettere crimini di guerra in Siria, mentre allo stesso tempo accelera l’espansione degli insediamenti in Cisgiordania e continua a tollerare l’impunità per le violenze contro i palestinesi in quella zona”, ha dichiarato Hiba Zayadin, ricercatrice senior sulla Siria per HRW.
L’esecutivo di Netanyahu ha approvato il progetto per lo sviluppo della colonia di Katzrin, fondata nel 1977, che verrà riqualificata in quella che i funzionari israeliani hanno definito la “prima città” del Golan, con l’obiettivo dichiarato di portare 3.000 nuove famiglie di coloni israeliani nel territorio occupato siriano entro il 2030.
Varie ong sul campo tra cui HRW hanno documentato gravi abusi commessi dall’esercito israeliano durante le operazioni militari e di sicurezza in Siria, tra cui lo sfollamento forzato di residenti siriani dai villaggi nella zona appena occupata. La deportazione e il trasferimento forzato della popolazione civile sono crimini contro l’umanità e crimini di guerra perseguibili dinanzi alla Corte Penale Internazionale e alla Corte Internazionale di Giustizia. Secondo le testimonianze, i soldati dell’IDF sono entrati nei villaggi minacciando militarmente i residenti siriani e hanno poi raso al suolo le case con i bulldozer, sradicato i frutteti e gli orti circostanti.
Come dichiarato da HRW, “L’Unione Europea e i suoi stati membri, il Regno Unito e gli altri Paesi in grado di esercitare una certa influenza dovrebbero reagire sospendendo i propri accordi commerciali con Israele e introducendo un divieto di scambi commerciali e di attività economiche con gli insediamenti israeliani illegali, applicandolo sia alle alture del Golan occupate che alla Cisgiordania”.
di @jonathan_piccinella

Il 16 aprile 2026 il governo israeliano ha approvato un piano di occupazione da 334 milioni di dollari nel sud della Siria sulle alture del Golan. Le alture del Golan distano dalla capitale Damasco circa 55 km in linea d’aria, e sono un’area sotto occupazione israeliana dal 1967, annessa dalle leggi israeliane dal 1981 e riconosciuta internazionalmente solamente dagli Stati Uniti.
“Il governo israeliano ha stanziato fondi pubblici per commettere crimini di guerra in Siria, mentre allo stesso tempo accelera l’espansione degli insediamenti in Cisgiordania e continua a tollerare l’impunità per le violenze contro i palestinesi in quella zona”, ha dichiarato Hiba Zayadin, ricercatrice senior sulla Siria per HRW.
L’esecutivo di Netanyahu ha approvato il progetto per lo sviluppo della colonia di Katzrin, fondata nel 1977, che verrà riqualificata in quella che i funzionari israeliani hanno definito la “prima città” del Golan, con l’obiettivo dichiarato di portare 3.000 nuove famiglie di coloni israeliani nel territorio occupato siriano entro il 2030.
Varie ong sul campo tra cui HRW hanno documentato gravi abusi commessi dall’esercito israeliano durante le operazioni militari e di sicurezza in Siria, tra cui lo sfollamento forzato di residenti siriani dai villaggi nella zona appena occupata. La deportazione e il trasferimento forzato della popolazione civile sono crimini contro l’umanità e crimini di guerra perseguibili dinanzi alla Corte Penale Internazionale e alla Corte Internazionale di Giustizia. Secondo le testimonianze, i soldati dell’IDF sono entrati nei villaggi minacciando militarmente i residenti siriani e hanno poi raso al suolo le case con i bulldozer, sradicato i frutteti e gli orti circostanti.
Come dichiarato da HRW, “L’Unione Europea e i suoi stati membri, il Regno Unito e gli altri Paesi in grado di esercitare una certa influenza dovrebbero reagire sospendendo i propri accordi commerciali con Israele e introducendo un divieto di scambi commerciali e di attività economiche con gli insediamenti israeliani illegali, applicandolo sia alle alture del Golan occupate che alla Cisgiordania”.
di @jonathan_piccinella

Il 16 aprile 2026 il governo israeliano ha approvato un piano di occupazione da 334 milioni di dollari nel sud della Siria sulle alture del Golan. Le alture del Golan distano dalla capitale Damasco circa 55 km in linea d’aria, e sono un’area sotto occupazione israeliana dal 1967, annessa dalle leggi israeliane dal 1981 e riconosciuta internazionalmente solamente dagli Stati Uniti.
“Il governo israeliano ha stanziato fondi pubblici per commettere crimini di guerra in Siria, mentre allo stesso tempo accelera l’espansione degli insediamenti in Cisgiordania e continua a tollerare l’impunità per le violenze contro i palestinesi in quella zona”, ha dichiarato Hiba Zayadin, ricercatrice senior sulla Siria per HRW.
L’esecutivo di Netanyahu ha approvato il progetto per lo sviluppo della colonia di Katzrin, fondata nel 1977, che verrà riqualificata in quella che i funzionari israeliani hanno definito la “prima città” del Golan, con l’obiettivo dichiarato di portare 3.000 nuove famiglie di coloni israeliani nel territorio occupato siriano entro il 2030.
Varie ong sul campo tra cui HRW hanno documentato gravi abusi commessi dall’esercito israeliano durante le operazioni militari e di sicurezza in Siria, tra cui lo sfollamento forzato di residenti siriani dai villaggi nella zona appena occupata. La deportazione e il trasferimento forzato della popolazione civile sono crimini contro l’umanità e crimini di guerra perseguibili dinanzi alla Corte Penale Internazionale e alla Corte Internazionale di Giustizia. Secondo le testimonianze, i soldati dell’IDF sono entrati nei villaggi minacciando militarmente i residenti siriani e hanno poi raso al suolo le case con i bulldozer, sradicato i frutteti e gli orti circostanti.
Come dichiarato da HRW, “L’Unione Europea e i suoi stati membri, il Regno Unito e gli altri Paesi in grado di esercitare una certa influenza dovrebbero reagire sospendendo i propri accordi commerciali con Israele e introducendo un divieto di scambi commerciali e di attività economiche con gli insediamenti israeliani illegali, applicandolo sia alle alture del Golan occupate che alla Cisgiordania”.
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Il 16 aprile 2026 il governo israeliano ha approvato un piano di occupazione da 334 milioni di dollari nel sud della Siria sulle alture del Golan. Le alture del Golan distano dalla capitale Damasco circa 55 km in linea d’aria, e sono un’area sotto occupazione israeliana dal 1967, annessa dalle leggi israeliane dal 1981 e riconosciuta internazionalmente solamente dagli Stati Uniti.
“Il governo israeliano ha stanziato fondi pubblici per commettere crimini di guerra in Siria, mentre allo stesso tempo accelera l’espansione degli insediamenti in Cisgiordania e continua a tollerare l’impunità per le violenze contro i palestinesi in quella zona”, ha dichiarato Hiba Zayadin, ricercatrice senior sulla Siria per HRW.
L’esecutivo di Netanyahu ha approvato il progetto per lo sviluppo della colonia di Katzrin, fondata nel 1977, che verrà riqualificata in quella che i funzionari israeliani hanno definito la “prima città” del Golan, con l’obiettivo dichiarato di portare 3.000 nuove famiglie di coloni israeliani nel territorio occupato siriano entro il 2030.
Varie ong sul campo tra cui HRW hanno documentato gravi abusi commessi dall’esercito israeliano durante le operazioni militari e di sicurezza in Siria, tra cui lo sfollamento forzato di residenti siriani dai villaggi nella zona appena occupata. La deportazione e il trasferimento forzato della popolazione civile sono crimini contro l’umanità e crimini di guerra perseguibili dinanzi alla Corte Penale Internazionale e alla Corte Internazionale di Giustizia. Secondo le testimonianze, i soldati dell’IDF sono entrati nei villaggi minacciando militarmente i residenti siriani e hanno poi raso al suolo le case con i bulldozer, sradicato i frutteti e gli orti circostanti.
Come dichiarato da HRW, “L’Unione Europea e i suoi stati membri, il Regno Unito e gli altri Paesi in grado di esercitare una certa influenza dovrebbero reagire sospendendo i propri accordi commerciali con Israele e introducendo un divieto di scambi commerciali e di attività economiche con gli insediamenti israeliani illegali, applicandolo sia alle alture del Golan occupate che alla Cisgiordania”.
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Il 16 aprile 2026 il governo israeliano ha approvato un piano di occupazione da 334 milioni di dollari nel sud della Siria sulle alture del Golan. Le alture del Golan distano dalla capitale Damasco circa 55 km in linea d’aria, e sono un’area sotto occupazione israeliana dal 1967, annessa dalle leggi israeliane dal 1981 e riconosciuta internazionalmente solamente dagli Stati Uniti.
“Il governo israeliano ha stanziato fondi pubblici per commettere crimini di guerra in Siria, mentre allo stesso tempo accelera l’espansione degli insediamenti in Cisgiordania e continua a tollerare l’impunità per le violenze contro i palestinesi in quella zona”, ha dichiarato Hiba Zayadin, ricercatrice senior sulla Siria per HRW.
L’esecutivo di Netanyahu ha approvato il progetto per lo sviluppo della colonia di Katzrin, fondata nel 1977, che verrà riqualificata in quella che i funzionari israeliani hanno definito la “prima città” del Golan, con l’obiettivo dichiarato di portare 3.000 nuove famiglie di coloni israeliani nel territorio occupato siriano entro il 2030.
Varie ong sul campo tra cui HRW hanno documentato gravi abusi commessi dall’esercito israeliano durante le operazioni militari e di sicurezza in Siria, tra cui lo sfollamento forzato di residenti siriani dai villaggi nella zona appena occupata. La deportazione e il trasferimento forzato della popolazione civile sono crimini contro l’umanità e crimini di guerra perseguibili dinanzi alla Corte Penale Internazionale e alla Corte Internazionale di Giustizia. Secondo le testimonianze, i soldati dell’IDF sono entrati nei villaggi minacciando militarmente i residenti siriani e hanno poi raso al suolo le case con i bulldozer, sradicato i frutteti e gli orti circostanti.
Come dichiarato da HRW, “L’Unione Europea e i suoi stati membri, il Regno Unito e gli altri Paesi in grado di esercitare una certa influenza dovrebbero reagire sospendendo i propri accordi commerciali con Israele e introducendo un divieto di scambi commerciali e di attività economiche con gli insediamenti israeliani illegali, applicandolo sia alle alture del Golan occupate che alla Cisgiordania”.
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Il 16 aprile 2026 il governo israeliano ha approvato un piano di occupazione da 334 milioni di dollari nel sud della Siria sulle alture del Golan. Le alture del Golan distano dalla capitale Damasco circa 55 km in linea d’aria, e sono un’area sotto occupazione israeliana dal 1967, annessa dalle leggi israeliane dal 1981 e riconosciuta internazionalmente solamente dagli Stati Uniti.
“Il governo israeliano ha stanziato fondi pubblici per commettere crimini di guerra in Siria, mentre allo stesso tempo accelera l’espansione degli insediamenti in Cisgiordania e continua a tollerare l’impunità per le violenze contro i palestinesi in quella zona”, ha dichiarato Hiba Zayadin, ricercatrice senior sulla Siria per HRW.
L’esecutivo di Netanyahu ha approvato il progetto per lo sviluppo della colonia di Katzrin, fondata nel 1977, che verrà riqualificata in quella che i funzionari israeliani hanno definito la “prima città” del Golan, con l’obiettivo dichiarato di portare 3.000 nuove famiglie di coloni israeliani nel territorio occupato siriano entro il 2030.
Varie ong sul campo tra cui HRW hanno documentato gravi abusi commessi dall’esercito israeliano durante le operazioni militari e di sicurezza in Siria, tra cui lo sfollamento forzato di residenti siriani dai villaggi nella zona appena occupata. La deportazione e il trasferimento forzato della popolazione civile sono crimini contro l’umanità e crimini di guerra perseguibili dinanzi alla Corte Penale Internazionale e alla Corte Internazionale di Giustizia. Secondo le testimonianze, i soldati dell’IDF sono entrati nei villaggi minacciando militarmente i residenti siriani e hanno poi raso al suolo le case con i bulldozer, sradicato i frutteti e gli orti circostanti.
Come dichiarato da HRW, “L’Unione Europea e i suoi stati membri, il Regno Unito e gli altri Paesi in grado di esercitare una certa influenza dovrebbero reagire sospendendo i propri accordi commerciali con Israele e introducendo un divieto di scambi commerciali e di attività economiche con gli insediamenti israeliani illegali, applicandolo sia alle alture del Golan occupate che alla Cisgiordania”.
di @jonathan_piccinella

Secondo i risultati di un questionario sull’aumento dei costi della vita, diffuso dalla @cgil.lazio tra lavoratori, lavoratrici e studenti, a cui hanno risposto ad oggi più di 3mila persone nella regione, la maggioranza degli Under 30 (il 75%) vive ancora in famiglia.
È un dato che riflette la difficoltà di accesso all’autonomia abitativa tipica di questa fascia d’età. Quasi la metà, il 46%, di chi lavora non ha visto alcun aumento di stipendio negli ultimi due anni. Per la restante parte gli aumenti sono stati insufficienti nonostante i contratti stabili.
È per questo che, secondo i risultati del sondaggio, il 60% degli Under 30 nel Lazio ha dovuto rinunciare a svaghi e spese non essenziali; il 13% ha dovuto chiedere prestiti o aiuto familiare; solo l’11% riesce a coprire tutte le spese senza difficoltà. Tre persone su dieci hanno ridotto la spesa alimentare e altrettante hanno rinunciato a cure mediche.
Per il 47% delle persone intervistate la voce di spesa più pesante resta quella dell’affitto o mutuo.

Secondo i risultati di un questionario sull’aumento dei costi della vita, diffuso dalla @cgil.lazio tra lavoratori, lavoratrici e studenti, a cui hanno risposto ad oggi più di 3mila persone nella regione, la maggioranza degli Under 30 (il 75%) vive ancora in famiglia.
È un dato che riflette la difficoltà di accesso all’autonomia abitativa tipica di questa fascia d’età. Quasi la metà, il 46%, di chi lavora non ha visto alcun aumento di stipendio negli ultimi due anni. Per la restante parte gli aumenti sono stati insufficienti nonostante i contratti stabili.
È per questo che, secondo i risultati del sondaggio, il 60% degli Under 30 nel Lazio ha dovuto rinunciare a svaghi e spese non essenziali; il 13% ha dovuto chiedere prestiti o aiuto familiare; solo l’11% riesce a coprire tutte le spese senza difficoltà. Tre persone su dieci hanno ridotto la spesa alimentare e altrettante hanno rinunciato a cure mediche.
Per il 47% delle persone intervistate la voce di spesa più pesante resta quella dell’affitto o mutuo.

Secondo i risultati di un questionario sull’aumento dei costi della vita, diffuso dalla @cgil.lazio tra lavoratori, lavoratrici e studenti, a cui hanno risposto ad oggi più di 3mila persone nella regione, la maggioranza degli Under 30 (il 75%) vive ancora in famiglia.
È un dato che riflette la difficoltà di accesso all’autonomia abitativa tipica di questa fascia d’età. Quasi la metà, il 46%, di chi lavora non ha visto alcun aumento di stipendio negli ultimi due anni. Per la restante parte gli aumenti sono stati insufficienti nonostante i contratti stabili.
È per questo che, secondo i risultati del sondaggio, il 60% degli Under 30 nel Lazio ha dovuto rinunciare a svaghi e spese non essenziali; il 13% ha dovuto chiedere prestiti o aiuto familiare; solo l’11% riesce a coprire tutte le spese senza difficoltà. Tre persone su dieci hanno ridotto la spesa alimentare e altrettante hanno rinunciato a cure mediche.
Per il 47% delle persone intervistate la voce di spesa più pesante resta quella dell’affitto o mutuo.

Secondo i risultati di un questionario sull’aumento dei costi della vita, diffuso dalla @cgil.lazio tra lavoratori, lavoratrici e studenti, a cui hanno risposto ad oggi più di 3mila persone nella regione, la maggioranza degli Under 30 (il 75%) vive ancora in famiglia.
È un dato che riflette la difficoltà di accesso all’autonomia abitativa tipica di questa fascia d’età. Quasi la metà, il 46%, di chi lavora non ha visto alcun aumento di stipendio negli ultimi due anni. Per la restante parte gli aumenti sono stati insufficienti nonostante i contratti stabili.
È per questo che, secondo i risultati del sondaggio, il 60% degli Under 30 nel Lazio ha dovuto rinunciare a svaghi e spese non essenziali; il 13% ha dovuto chiedere prestiti o aiuto familiare; solo l’11% riesce a coprire tutte le spese senza difficoltà. Tre persone su dieci hanno ridotto la spesa alimentare e altrettante hanno rinunciato a cure mediche.
Per il 47% delle persone intervistate la voce di spesa più pesante resta quella dell’affitto o mutuo.

Secondo i risultati di un questionario sull’aumento dei costi della vita, diffuso dalla @cgil.lazio tra lavoratori, lavoratrici e studenti, a cui hanno risposto ad oggi più di 3mila persone nella regione, la maggioranza degli Under 30 (il 75%) vive ancora in famiglia.
È un dato che riflette la difficoltà di accesso all’autonomia abitativa tipica di questa fascia d’età. Quasi la metà, il 46%, di chi lavora non ha visto alcun aumento di stipendio negli ultimi due anni. Per la restante parte gli aumenti sono stati insufficienti nonostante i contratti stabili.
È per questo che, secondo i risultati del sondaggio, il 60% degli Under 30 nel Lazio ha dovuto rinunciare a svaghi e spese non essenziali; il 13% ha dovuto chiedere prestiti o aiuto familiare; solo l’11% riesce a coprire tutte le spese senza difficoltà. Tre persone su dieci hanno ridotto la spesa alimentare e altrettante hanno rinunciato a cure mediche.
Per il 47% delle persone intervistate la voce di spesa più pesante resta quella dell’affitto o mutuo.

Secondo i risultati di un questionario sull’aumento dei costi della vita, diffuso dalla @cgil.lazio tra lavoratori, lavoratrici e studenti, a cui hanno risposto ad oggi più di 3mila persone nella regione, la maggioranza degli Under 30 (il 75%) vive ancora in famiglia.
È un dato che riflette la difficoltà di accesso all’autonomia abitativa tipica di questa fascia d’età. Quasi la metà, il 46%, di chi lavora non ha visto alcun aumento di stipendio negli ultimi due anni. Per la restante parte gli aumenti sono stati insufficienti nonostante i contratti stabili.
È per questo che, secondo i risultati del sondaggio, il 60% degli Under 30 nel Lazio ha dovuto rinunciare a svaghi e spese non essenziali; il 13% ha dovuto chiedere prestiti o aiuto familiare; solo l’11% riesce a coprire tutte le spese senza difficoltà. Tre persone su dieci hanno ridotto la spesa alimentare e altrettante hanno rinunciato a cure mediche.
Per il 47% delle persone intervistate la voce di spesa più pesante resta quella dell’affitto o mutuo.

Negli ultimi anni ecologi, antropologi e organizzazioni per la tutela ambientale hanno documentato un rapido declino delle popolazioni selvatiche di peyote (Lophophora williamsii), oggi classificato come specie vulnerabile, in particolare nelle regioni del deserto di Chihuahua e dell’altopiano di San Luis Potosí, territori sacri per il popolo Wixárika. La combinazione di crescita estremamente lenta della pianta, perdita di habitat e raccolta illegale destinata a un mercato globale in espansione, ha reso insostenibile un equilibrio ecologico che aveva retto per secoli. La scomparsa del peyote a Wirikuta non rappresenta solo una perdita biologica, ma una frattura culturale profonda, che colpisce direttamente il diritto delle comunità indigene a mantenere vive le proprie pratiche spirituali.
Pressioni analoghe sono state osservate per diverse specie di funghi psilocibinici. Studi recenti hanno mostrato come la crescente domanda internazionale, amplificata dalla visibilità sui social media, da documentari di larga diffusione e dalla narrazione terapeutica dominante, stia incentivando pratiche di raccolta intensiva in Messico e nel Pacifico nordoccidentale degli Stati Uniti, alterando habitat locali e mettendo sotto stress sistemi ecologici e forme tradizionali di stewardship indigena.
Per sapere di più sul “rinascimento psichedelico” leggi il nostro approfondimento sull’ultimo mensile.
Il lavoro in questione è frutto del percorso formativo di Scomodo “Elementi di Giornalismo”in collaborazione con la scuola di scrittura Belleville (@belleville_lascuola) ed è a cura della studentessa Chiara Caleca.

Negli ultimi anni ecologi, antropologi e organizzazioni per la tutela ambientale hanno documentato un rapido declino delle popolazioni selvatiche di peyote (Lophophora williamsii), oggi classificato come specie vulnerabile, in particolare nelle regioni del deserto di Chihuahua e dell’altopiano di San Luis Potosí, territori sacri per il popolo Wixárika. La combinazione di crescita estremamente lenta della pianta, perdita di habitat e raccolta illegale destinata a un mercato globale in espansione, ha reso insostenibile un equilibrio ecologico che aveva retto per secoli. La scomparsa del peyote a Wirikuta non rappresenta solo una perdita biologica, ma una frattura culturale profonda, che colpisce direttamente il diritto delle comunità indigene a mantenere vive le proprie pratiche spirituali.
Pressioni analoghe sono state osservate per diverse specie di funghi psilocibinici. Studi recenti hanno mostrato come la crescente domanda internazionale, amplificata dalla visibilità sui social media, da documentari di larga diffusione e dalla narrazione terapeutica dominante, stia incentivando pratiche di raccolta intensiva in Messico e nel Pacifico nordoccidentale degli Stati Uniti, alterando habitat locali e mettendo sotto stress sistemi ecologici e forme tradizionali di stewardship indigena.
Per sapere di più sul “rinascimento psichedelico” leggi il nostro approfondimento sull’ultimo mensile.
Il lavoro in questione è frutto del percorso formativo di Scomodo “Elementi di Giornalismo”in collaborazione con la scuola di scrittura Belleville (@belleville_lascuola) ed è a cura della studentessa Chiara Caleca.

Negli ultimi anni ecologi, antropologi e organizzazioni per la tutela ambientale hanno documentato un rapido declino delle popolazioni selvatiche di peyote (Lophophora williamsii), oggi classificato come specie vulnerabile, in particolare nelle regioni del deserto di Chihuahua e dell’altopiano di San Luis Potosí, territori sacri per il popolo Wixárika. La combinazione di crescita estremamente lenta della pianta, perdita di habitat e raccolta illegale destinata a un mercato globale in espansione, ha reso insostenibile un equilibrio ecologico che aveva retto per secoli. La scomparsa del peyote a Wirikuta non rappresenta solo una perdita biologica, ma una frattura culturale profonda, che colpisce direttamente il diritto delle comunità indigene a mantenere vive le proprie pratiche spirituali.
Pressioni analoghe sono state osservate per diverse specie di funghi psilocibinici. Studi recenti hanno mostrato come la crescente domanda internazionale, amplificata dalla visibilità sui social media, da documentari di larga diffusione e dalla narrazione terapeutica dominante, stia incentivando pratiche di raccolta intensiva in Messico e nel Pacifico nordoccidentale degli Stati Uniti, alterando habitat locali e mettendo sotto stress sistemi ecologici e forme tradizionali di stewardship indigena.
Per sapere di più sul “rinascimento psichedelico” leggi il nostro approfondimento sull’ultimo mensile.
Il lavoro in questione è frutto del percorso formativo di Scomodo “Elementi di Giornalismo”in collaborazione con la scuola di scrittura Belleville (@belleville_lascuola) ed è a cura della studentessa Chiara Caleca.

Negli ultimi anni ecologi, antropologi e organizzazioni per la tutela ambientale hanno documentato un rapido declino delle popolazioni selvatiche di peyote (Lophophora williamsii), oggi classificato come specie vulnerabile, in particolare nelle regioni del deserto di Chihuahua e dell’altopiano di San Luis Potosí, territori sacri per il popolo Wixárika. La combinazione di crescita estremamente lenta della pianta, perdita di habitat e raccolta illegale destinata a un mercato globale in espansione, ha reso insostenibile un equilibrio ecologico che aveva retto per secoli. La scomparsa del peyote a Wirikuta non rappresenta solo una perdita biologica, ma una frattura culturale profonda, che colpisce direttamente il diritto delle comunità indigene a mantenere vive le proprie pratiche spirituali.
Pressioni analoghe sono state osservate per diverse specie di funghi psilocibinici. Studi recenti hanno mostrato come la crescente domanda internazionale, amplificata dalla visibilità sui social media, da documentari di larga diffusione e dalla narrazione terapeutica dominante, stia incentivando pratiche di raccolta intensiva in Messico e nel Pacifico nordoccidentale degli Stati Uniti, alterando habitat locali e mettendo sotto stress sistemi ecologici e forme tradizionali di stewardship indigena.
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Il lavoro in questione è frutto del percorso formativo di Scomodo “Elementi di Giornalismo”in collaborazione con la scuola di scrittura Belleville (@belleville_lascuola) ed è a cura della studentessa Chiara Caleca.

Negli ultimi anni ecologi, antropologi e organizzazioni per la tutela ambientale hanno documentato un rapido declino delle popolazioni selvatiche di peyote (Lophophora williamsii), oggi classificato come specie vulnerabile, in particolare nelle regioni del deserto di Chihuahua e dell’altopiano di San Luis Potosí, territori sacri per il popolo Wixárika. La combinazione di crescita estremamente lenta della pianta, perdita di habitat e raccolta illegale destinata a un mercato globale in espansione, ha reso insostenibile un equilibrio ecologico che aveva retto per secoli. La scomparsa del peyote a Wirikuta non rappresenta solo una perdita biologica, ma una frattura culturale profonda, che colpisce direttamente il diritto delle comunità indigene a mantenere vive le proprie pratiche spirituali.
Pressioni analoghe sono state osservate per diverse specie di funghi psilocibinici. Studi recenti hanno mostrato come la crescente domanda internazionale, amplificata dalla visibilità sui social media, da documentari di larga diffusione e dalla narrazione terapeutica dominante, stia incentivando pratiche di raccolta intensiva in Messico e nel Pacifico nordoccidentale degli Stati Uniti, alterando habitat locali e mettendo sotto stress sistemi ecologici e forme tradizionali di stewardship indigena.
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Pressioni analoghe sono state osservate per diverse specie di funghi psilocibinici. Studi recenti hanno mostrato come la crescente domanda internazionale, amplificata dalla visibilità sui social media, da documentari di larga diffusione e dalla narrazione terapeutica dominante, stia incentivando pratiche di raccolta intensiva in Messico e nel Pacifico nordoccidentale degli Stati Uniti, alterando habitat locali e mettendo sotto stress sistemi ecologici e forme tradizionali di stewardship indigena.
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Secondo i dati FRA (Agenzia dell’UE per i diritti fondamentali) ed EIGE (Istituto Europeo per l’uguaglianza di genere), una donna su dodici nell’UE ha subito cyberstalking dall’età di quindici anni. Eppure ogni volta che si apre una discussione pubblica su questi numeri, qualcuno trova il modo di ricondurla all’individuo “malato”, all’”eccezione”, come se la violenza fosse una questione di carattere e non di struttura.
Secondo Silvia Semenzin, “Il codice è neutrale” è una frase mantra negli ambienti degli informatici, che le venne rivolta quando osò parlare di violenza strutturale nella costruzione degli ambienti digitali. Sopravvive ancora l’idea che gli algoritmi siano neutri e che parlare con un’intelligenza artificiale sia «un’operazione neutrale, che quelle informazioni nel modo in cui vengono condensate e raccontate non derivino da scelte che partono già dai dati», ci racconta Semenzin. «La violenza di genere online da una parte vende e dall’altra fa molto comodo alle agende politiche più reazionarie che in questo momento stanno utilizzando la tecnologia per espandersi il più possibile».
Non è negligenza: è un calcolo. Non per altro, le piattaforme – tra cui Meta e X –hanno deliberatamente ridotto gli investimenti nella moderazione.
Leggi il nucleo sviluppato in collaborazione con @terredeshommesitalia sul nostro mensile! Abbonati per riceverlo a casa.

Secondo i dati FRA (Agenzia dell’UE per i diritti fondamentali) ed EIGE (Istituto Europeo per l’uguaglianza di genere), una donna su dodici nell’UE ha subito cyberstalking dall’età di quindici anni. Eppure ogni volta che si apre una discussione pubblica su questi numeri, qualcuno trova il modo di ricondurla all’individuo “malato”, all’”eccezione”, come se la violenza fosse una questione di carattere e non di struttura.
Secondo Silvia Semenzin, “Il codice è neutrale” è una frase mantra negli ambienti degli informatici, che le venne rivolta quando osò parlare di violenza strutturale nella costruzione degli ambienti digitali. Sopravvive ancora l’idea che gli algoritmi siano neutri e che parlare con un’intelligenza artificiale sia «un’operazione neutrale, che quelle informazioni nel modo in cui vengono condensate e raccontate non derivino da scelte che partono già dai dati», ci racconta Semenzin. «La violenza di genere online da una parte vende e dall’altra fa molto comodo alle agende politiche più reazionarie che in questo momento stanno utilizzando la tecnologia per espandersi il più possibile».
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Secondo Silvia Semenzin, “Il codice è neutrale” è una frase mantra negli ambienti degli informatici, che le venne rivolta quando osò parlare di violenza strutturale nella costruzione degli ambienti digitali. Sopravvive ancora l’idea che gli algoritmi siano neutri e che parlare con un’intelligenza artificiale sia «un’operazione neutrale, che quelle informazioni nel modo in cui vengono condensate e raccontate non derivino da scelte che partono già dai dati», ci racconta Semenzin. «La violenza di genere online da una parte vende e dall’altra fa molto comodo alle agende politiche più reazionarie che in questo momento stanno utilizzando la tecnologia per espandersi il più possibile».
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Secondo Silvia Semenzin, “Il codice è neutrale” è una frase mantra negli ambienti degli informatici, che le venne rivolta quando osò parlare di violenza strutturale nella costruzione degli ambienti digitali. Sopravvive ancora l’idea che gli algoritmi siano neutri e che parlare con un’intelligenza artificiale sia «un’operazione neutrale, che quelle informazioni nel modo in cui vengono condensate e raccontate non derivino da scelte che partono già dai dati», ci racconta Semenzin. «La violenza di genere online da una parte vende e dall’altra fa molto comodo alle agende politiche più reazionarie che in questo momento stanno utilizzando la tecnologia per espandersi il più possibile».
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Secondo Silvia Semenzin, “Il codice è neutrale” è una frase mantra negli ambienti degli informatici, che le venne rivolta quando osò parlare di violenza strutturale nella costruzione degli ambienti digitali. Sopravvive ancora l’idea che gli algoritmi siano neutri e che parlare con un’intelligenza artificiale sia «un’operazione neutrale, che quelle informazioni nel modo in cui vengono condensate e raccontate non derivino da scelte che partono già dai dati», ci racconta Semenzin. «La violenza di genere online da una parte vende e dall’altra fa molto comodo alle agende politiche più reazionarie che in questo momento stanno utilizzando la tecnologia per espandersi il più possibile».
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Quanto è difficile trovare un lavoro coerente con i tuoi interessi?
Essere NEET (Not in Employment, Education or Training) non è quasi mai una scelta volontaria, ma il risultato di dinamiche economiche, sociali e personali. È sempre più difficile che il lavoro che ti ritrovi a fare sia esattamente ciò per cui hai studiato. Questo causa nei giovani un senso di sconforto e marginalizzazione.
Parliamo insieme di lavoro e delle tue sensazioni rispetto ad esso. Compila il questionario per partecipare alla ricerca.
Tramite la compilazione potresti prendere parte a un’esperienza di tre giorni di formazione gratuita, in diversi ambiti.
Lo trovi in bio.
L’intervento è realizzato nell’ambito delle iniziative promosse nel quadro della Politica di Coesione 2021-2027 ed in particolare del Programma Regionale cofinanziato dal Fondo Sociale Europeo Plus. Per maggiori informazioni www.fse.regione.lombardia.it

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«I più potenti del mondo stanno facendo causa ai media prima ancora che gli articoli vengano pubblicati», ha detto Emma Tucker, editor del Wall Street Journal in una intervista al Guardian.
E guardando all’ultimo report di Reporter Sans Frontières, pubblicato una decina di giorni fa, quella delle azioni legali temerarie è una tendenza in aumento soprattutto in Italia, che ha perso sei posizioni rispetto all’anno precedente passando al 56esimo posto della classifica globale sulla libertà di stampa.
Proprio nella settimana in cui il termine per recepire la direttiva UE contro le querele temerarie viene fatto cadere nel vuoto dal governo Meloni, il nostro sistema mediatico viene scosso da tre casi che riaccendono il faro sulla questione.
Protagonisti, in qualità di querelati e diffidati, sono il sito d’informazione Dagospia - noto ai più per la titolistica fantasiosa e per un’informazione spesso considerata trash, ma una delle fonti più informate e rilevanti all’interno dei palazzi del potere romani - Mediaset e, in particolar modo, il programma È sempre Cartabianca di Bianca Berlinguer e il Fatto Quotidiano. Ad intraprendere azioni legali sono stati i ministri Carlo Nordio e Matteo Piantedosi.
Di Mattia Amadei e Luca Bagnariol
Puoi leggere la newsletter gratuita iscrivendoti al link in bio o su Substack. Lì troverai un approfondimento (quello che leggi qui è un piccolo estratto!) del tema della settimana, oltre a una selezione di articoli che ci sono piaciuti e il meglio e il peggio della stampa italiana di questa settimana!
Parallasse, la rassegna stampa critica di Scomodo arriva nella tua casella di posta tutti i martedì per raccontarti come nasce una notizia in un periodo di crisi strutturale del giornalismo italiano.

«I più potenti del mondo stanno facendo causa ai media prima ancora che gli articoli vengano pubblicati», ha detto Emma Tucker, editor del Wall Street Journal in una intervista al Guardian.
E guardando all’ultimo report di Reporter Sans Frontières, pubblicato una decina di giorni fa, quella delle azioni legali temerarie è una tendenza in aumento soprattutto in Italia, che ha perso sei posizioni rispetto all’anno precedente passando al 56esimo posto della classifica globale sulla libertà di stampa.
Proprio nella settimana in cui il termine per recepire la direttiva UE contro le querele temerarie viene fatto cadere nel vuoto dal governo Meloni, il nostro sistema mediatico viene scosso da tre casi che riaccendono il faro sulla questione.
Protagonisti, in qualità di querelati e diffidati, sono il sito d’informazione Dagospia - noto ai più per la titolistica fantasiosa e per un’informazione spesso considerata trash, ma una delle fonti più informate e rilevanti all’interno dei palazzi del potere romani - Mediaset e, in particolar modo, il programma È sempre Cartabianca di Bianca Berlinguer e il Fatto Quotidiano. Ad intraprendere azioni legali sono stati i ministri Carlo Nordio e Matteo Piantedosi.
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«I più potenti del mondo stanno facendo causa ai media prima ancora che gli articoli vengano pubblicati», ha detto Emma Tucker, editor del Wall Street Journal in una intervista al Guardian.
E guardando all’ultimo report di Reporter Sans Frontières, pubblicato una decina di giorni fa, quella delle azioni legali temerarie è una tendenza in aumento soprattutto in Italia, che ha perso sei posizioni rispetto all’anno precedente passando al 56esimo posto della classifica globale sulla libertà di stampa.
Proprio nella settimana in cui il termine per recepire la direttiva UE contro le querele temerarie viene fatto cadere nel vuoto dal governo Meloni, il nostro sistema mediatico viene scosso da tre casi che riaccendono il faro sulla questione.
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«I più potenti del mondo stanno facendo causa ai media prima ancora che gli articoli vengano pubblicati», ha detto Emma Tucker, editor del Wall Street Journal in una intervista al Guardian.
E guardando all’ultimo report di Reporter Sans Frontières, pubblicato una decina di giorni fa, quella delle azioni legali temerarie è una tendenza in aumento soprattutto in Italia, che ha perso sei posizioni rispetto all’anno precedente passando al 56esimo posto della classifica globale sulla libertà di stampa.
Proprio nella settimana in cui il termine per recepire la direttiva UE contro le querele temerarie viene fatto cadere nel vuoto dal governo Meloni, il nostro sistema mediatico viene scosso da tre casi che riaccendono il faro sulla questione.
Protagonisti, in qualità di querelati e diffidati, sono il sito d’informazione Dagospia - noto ai più per la titolistica fantasiosa e per un’informazione spesso considerata trash, ma una delle fonti più informate e rilevanti all’interno dei palazzi del potere romani - Mediaset e, in particolar modo, il programma È sempre Cartabianca di Bianca Berlinguer e il Fatto Quotidiano. Ad intraprendere azioni legali sono stati i ministri Carlo Nordio e Matteo Piantedosi.
Di Mattia Amadei e Luca Bagnariol
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Unfiltered: voci generazionali
🫂 Fragilità, relazioni, pressioni, solitudine. Chi può dire di non aver avuto a che fare con questi argomenti durante la propria vita?
🗺 Scomodo, in collaborazione con Fondazione UNHATE e Fondazione Poetica, ha intenzione di mappare proprio questi aspetti per poter finalmente creare un'immagine nitida della nostra generazione.
✍ Vuoi partecipare per discutere di questi e altri aspetti?
Compila il link che trovi in bio e nelle storie!

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La giornata più fresca dell’anno è Frutta Fresca 🍓🍑🥥🍋🥑🍉🧃🍒🫐
Abbiamo festeggiamo il primo maggio insieme a:
@barotomara @funky__lemonade @queermacete e @soszani
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Il racconto di chi ha lavorato sul campo nell’assistere le persone migranti, come Lavinia Ferrari, ci restituisce l’immagine di un “inferno greco” dove il diritto d’asilo è diventato un labirinto di opacità e sofferenza. Persone che scappano da guerre si ritrovano prigioniere di un sistema che le isola, le separa dalle famiglie e le spinge verso droghe sintetiche a basso costo come il bonzai, che consuma vite nel silenzio generale.
Non è solo una crisi umanitaria, è una precisa scelta politica. Con il nuovo Patto UE per le migrazioni, la pressione sulla Grecia aumenta, trasformando il Paese in un “laboratorio” dove la burocrazia diventa un’arma contro chi scappa dal proprio Paese alla ricerca di un futuro migliore.
Di @beatricebaragli

Il racconto di chi ha lavorato sul campo nell’assistere le persone migranti, come Lavinia Ferrari, ci restituisce l’immagine di un “inferno greco” dove il diritto d’asilo è diventato un labirinto di opacità e sofferenza. Persone che scappano da guerre si ritrovano prigioniere di un sistema che le isola, le separa dalle famiglie e le spinge verso droghe sintetiche a basso costo come il bonzai, che consuma vite nel silenzio generale.
Non è solo una crisi umanitaria, è una precisa scelta politica. Con il nuovo Patto UE per le migrazioni, la pressione sulla Grecia aumenta, trasformando il Paese in un “laboratorio” dove la burocrazia diventa un’arma contro chi scappa dal proprio Paese alla ricerca di un futuro migliore.
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Il racconto di chi ha lavorato sul campo nell’assistere le persone migranti, come Lavinia Ferrari, ci restituisce l’immagine di un “inferno greco” dove il diritto d’asilo è diventato un labirinto di opacità e sofferenza. Persone che scappano da guerre si ritrovano prigioniere di un sistema che le isola, le separa dalle famiglie e le spinge verso droghe sintetiche a basso costo come il bonzai, che consuma vite nel silenzio generale.
Non è solo una crisi umanitaria, è una precisa scelta politica. Con il nuovo Patto UE per le migrazioni, la pressione sulla Grecia aumenta, trasformando il Paese in un “laboratorio” dove la burocrazia diventa un’arma contro chi scappa dal proprio Paese alla ricerca di un futuro migliore.
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