Sara Paolella
parlo poco scrivo tanto curo cose di cultura e narrativa un po’ ovunque e spesso su @scomodo
📍tra Roma e altrove ma se potessi sempre e solo al mare

roma profuma un sacco di primavera e io sono felice perché amo l’odore del verde.
una volta mi hanno chiesto cosa voglia dire “perdonare” e non avevo trovato una risposta soddisfacente. ad oggi è il profumo che lasciano i fiori dopo essere stati calpestati.
bonus finale: @geremiat che vi mostra come entrare in contatto con la natura

roma profuma un sacco di primavera e io sono felice perché amo l’odore del verde.
una volta mi hanno chiesto cosa voglia dire “perdonare” e non avevo trovato una risposta soddisfacente. ad oggi è il profumo che lasciano i fiori dopo essere stati calpestati.
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roma profuma un sacco di primavera e io sono felice perché amo l’odore del verde.
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roma profuma un sacco di primavera e io sono felice perché amo l’odore del verde.
una volta mi hanno chiesto cosa voglia dire “perdonare” e non avevo trovato una risposta soddisfacente. ad oggi è il profumo che lasciano i fiori dopo essere stati calpestati.
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roma profuma un sacco di primavera e io sono felice perché amo l’odore del verde.
una volta mi hanno chiesto cosa voglia dire “perdonare” e non avevo trovato una risposta soddisfacente. ad oggi è il profumo che lasciano i fiori dopo essere stati calpestati.
bonus finale: @geremiat che vi mostra come entrare in contatto con la natura
roma profuma un sacco di primavera e io sono felice perché amo l’odore del verde.
una volta mi hanno chiesto cosa voglia dire “perdonare” e non avevo trovato una risposta soddisfacente. ad oggi è il profumo che lasciano i fiori dopo essere stati calpestati.
bonus finale: @geremiat che vi mostra come entrare in contatto con la natura

nelle ultime settimane si è parlato sempre di più della cultura e del futuro che ci spetta, dei lavoratori della cultura e della precarietà legata a questi ruoli, di cosa fare per poterla preservare, diffondere e renderla sempre più sostenibile. la risposta a queste domande non la ho ma un po’ di tempo fa avevo scritto una riflessione sulla necessità di reinventarci, aprirci, ripensarci e su quanto – soprattutto in tempi come questi – la cultura più che mai sia un punto fisso imprescindibile nella nostra vita.
con la cultura non si mangia ma di certo senza cultura non si vive.
ne avevo scritto su questo libro che vuole essere un po’ una guida e un po’ un amico, penso che ora serva leggerlo più che mai. lo trovate da @edizionifrancoangeli
Grazie a @giustum @ciancio.giuliana @cricarlini e Eleonora de Caroli

nelle ultime settimane si è parlato sempre di più della cultura e del futuro che ci spetta, dei lavoratori della cultura e della precarietà legata a questi ruoli, di cosa fare per poterla preservare, diffondere e renderla sempre più sostenibile. la risposta a queste domande non la ho ma un po’ di tempo fa avevo scritto una riflessione sulla necessità di reinventarci, aprirci, ripensarci e su quanto – soprattutto in tempi come questi – la cultura più che mai sia un punto fisso imprescindibile nella nostra vita.
con la cultura non si mangia ma di certo senza cultura non si vive.
ne avevo scritto su questo libro che vuole essere un po’ una guida e un po’ un amico, penso che ora serva leggerlo più che mai. lo trovate da @edizionifrancoangeli
Grazie a @giustum @ciancio.giuliana @cricarlini e Eleonora de Caroli

nelle ultime settimane si è parlato sempre di più della cultura e del futuro che ci spetta, dei lavoratori della cultura e della precarietà legata a questi ruoli, di cosa fare per poterla preservare, diffondere e renderla sempre più sostenibile. la risposta a queste domande non la ho ma un po’ di tempo fa avevo scritto una riflessione sulla necessità di reinventarci, aprirci, ripensarci e su quanto – soprattutto in tempi come questi – la cultura più che mai sia un punto fisso imprescindibile nella nostra vita.
con la cultura non si mangia ma di certo senza cultura non si vive.
ne avevo scritto su questo libro che vuole essere un po’ una guida e un po’ un amico, penso che ora serva leggerlo più che mai. lo trovate da @edizionifrancoangeli
Grazie a @giustum @ciancio.giuliana @cricarlini e Eleonora de Caroli

nelle ultime settimane si è parlato sempre di più della cultura e del futuro che ci spetta, dei lavoratori della cultura e della precarietà legata a questi ruoli, di cosa fare per poterla preservare, diffondere e renderla sempre più sostenibile. la risposta a queste domande non la ho ma un po’ di tempo fa avevo scritto una riflessione sulla necessità di reinventarci, aprirci, ripensarci e su quanto – soprattutto in tempi come questi – la cultura più che mai sia un punto fisso imprescindibile nella nostra vita.
con la cultura non si mangia ma di certo senza cultura non si vive.
ne avevo scritto su questo libro che vuole essere un po’ una guida e un po’ un amico, penso che ora serva leggerlo più che mai. lo trovate da @edizionifrancoangeli
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vorrei andare a fare i talk solo nei miei posti felici tipo Napoli quindi i posti dove prendo il sole mangio e mi perdo tra le cose belle
grazie ancora a @pessoalunapark e @azeb_lt

vorrei andare a fare i talk solo nei miei posti felici tipo Napoli quindi i posti dove prendo il sole mangio e mi perdo tra le cose belle
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vorrei andare a fare i talk solo nei miei posti felici tipo Napoli quindi i posti dove prendo il sole mangio e mi perdo tra le cose belle
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vorrei andare a fare i talk solo nei miei posti felici tipo Napoli quindi i posti dove prendo il sole mangio e mi perdo tra le cose belle
grazie ancora a @pessoalunapark e @azeb_lt

vorrei andare a fare i talk solo nei miei posti felici tipo Napoli quindi i posti dove prendo il sole mangio e mi perdo tra le cose belle
grazie ancora a @pessoalunapark e @azeb_lt

vorrei andare a fare i talk solo nei miei posti felici tipo Napoli quindi i posti dove prendo il sole mangio e mi perdo tra le cose belle
grazie ancora a @pessoalunapark e @azeb_lt

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Irlanda, 1960.
Una scrittrice trentenne pubblica il suo primo romanzo scritto in sole tre settimane.
È la storia di due ragazze che fuggono dalla campagna irlandese verso Dublino, in cerca di amore, libertà e una vita propria. Il libro si intitola “The Country Girls” e cambierà per sempre la letteratura irlandese.
La risposta è immediata e feroce: il libro viene bandito ed Edna O’Brien diventa una paria nella sua terra.
La madre la rinnega così come la sua città natale; quando arrivano i primi assegni dei diritti d’autore, suo marito glieli fa firmare e le restituisce solo qualche sterlina per le spese domestiche.
Di così scandaloso nelle sue pagine c’è solo la verità; il racconto osceno e impudico del corpo, della sessualità e dei desideri delle donne irlandesi.
Tra le pagine, anche temi come violenza domestica, l’oppressione della Chiesa cattolica, il soffocamento sistematico della vita femminile in una società che voleva le donne silenziose, obbedienti, invisibili.
Come ha scritto la scrittrice Eimear McBride, O’Brien “ha dato voce a corpi cresciuti nell’aspettativa della violenza, dello stupro, delle gravidanze forzate, dei parti infiniti e pericolosi, della reclusione domestica e del rischio costante di istituzionalizzazione”.
Edna O’Brien ha continuato a scrivere per sessant’anni, pubblicando diciassette romanzi, sempre fedele alla stessa urgenza: dire ciò che non si doveva dire, raccontare ciò che era considerato indicibile.
Ha pagato un prezzo altissimo, ma ha aperto la strada a una generazione di scrittrici irlandesi che oggi possono esistere grazie al suo coraggio.
The Country Girls è stato bandito, bruciato, disprezzato ma è sopravvissuto.
E quella sopravvivenza è la migliore risposta che Edna O’Brien potesse dare a chi voleva metterla a tacere. Perché il silenzio protegge sempre chi opprime, mai chi viene oppresso.
E scrivere, per chi non ha voce, è l’unico modo per reclamare la propria esistenza.
@bvlevard

Irlanda, 1960.
Una scrittrice trentenne pubblica il suo primo romanzo scritto in sole tre settimane.
È la storia di due ragazze che fuggono dalla campagna irlandese verso Dublino, in cerca di amore, libertà e una vita propria. Il libro si intitola “The Country Girls” e cambierà per sempre la letteratura irlandese.
La risposta è immediata e feroce: il libro viene bandito ed Edna O’Brien diventa una paria nella sua terra.
La madre la rinnega così come la sua città natale; quando arrivano i primi assegni dei diritti d’autore, suo marito glieli fa firmare e le restituisce solo qualche sterlina per le spese domestiche.
Di così scandaloso nelle sue pagine c’è solo la verità; il racconto osceno e impudico del corpo, della sessualità e dei desideri delle donne irlandesi.
Tra le pagine, anche temi come violenza domestica, l’oppressione della Chiesa cattolica, il soffocamento sistematico della vita femminile in una società che voleva le donne silenziose, obbedienti, invisibili.
Come ha scritto la scrittrice Eimear McBride, O’Brien “ha dato voce a corpi cresciuti nell’aspettativa della violenza, dello stupro, delle gravidanze forzate, dei parti infiniti e pericolosi, della reclusione domestica e del rischio costante di istituzionalizzazione”.
Edna O’Brien ha continuato a scrivere per sessant’anni, pubblicando diciassette romanzi, sempre fedele alla stessa urgenza: dire ciò che non si doveva dire, raccontare ciò che era considerato indicibile.
Ha pagato un prezzo altissimo, ma ha aperto la strada a una generazione di scrittrici irlandesi che oggi possono esistere grazie al suo coraggio.
The Country Girls è stato bandito, bruciato, disprezzato ma è sopravvissuto.
E quella sopravvivenza è la migliore risposta che Edna O’Brien potesse dare a chi voleva metterla a tacere. Perché il silenzio protegge sempre chi opprime, mai chi viene oppresso.
E scrivere, per chi non ha voce, è l’unico modo per reclamare la propria esistenza.
@bvlevard

Irlanda, 1960.
Una scrittrice trentenne pubblica il suo primo romanzo scritto in sole tre settimane.
È la storia di due ragazze che fuggono dalla campagna irlandese verso Dublino, in cerca di amore, libertà e una vita propria. Il libro si intitola “The Country Girls” e cambierà per sempre la letteratura irlandese.
La risposta è immediata e feroce: il libro viene bandito ed Edna O’Brien diventa una paria nella sua terra.
La madre la rinnega così come la sua città natale; quando arrivano i primi assegni dei diritti d’autore, suo marito glieli fa firmare e le restituisce solo qualche sterlina per le spese domestiche.
Di così scandaloso nelle sue pagine c’è solo la verità; il racconto osceno e impudico del corpo, della sessualità e dei desideri delle donne irlandesi.
Tra le pagine, anche temi come violenza domestica, l’oppressione della Chiesa cattolica, il soffocamento sistematico della vita femminile in una società che voleva le donne silenziose, obbedienti, invisibili.
Come ha scritto la scrittrice Eimear McBride, O’Brien “ha dato voce a corpi cresciuti nell’aspettativa della violenza, dello stupro, delle gravidanze forzate, dei parti infiniti e pericolosi, della reclusione domestica e del rischio costante di istituzionalizzazione”.
Edna O’Brien ha continuato a scrivere per sessant’anni, pubblicando diciassette romanzi, sempre fedele alla stessa urgenza: dire ciò che non si doveva dire, raccontare ciò che era considerato indicibile.
Ha pagato un prezzo altissimo, ma ha aperto la strada a una generazione di scrittrici irlandesi che oggi possono esistere grazie al suo coraggio.
The Country Girls è stato bandito, bruciato, disprezzato ma è sopravvissuto.
E quella sopravvivenza è la migliore risposta che Edna O’Brien potesse dare a chi voleva metterla a tacere. Perché il silenzio protegge sempre chi opprime, mai chi viene oppresso.
E scrivere, per chi non ha voce, è l’unico modo per reclamare la propria esistenza.
@bvlevard

Irlanda, 1960.
Una scrittrice trentenne pubblica il suo primo romanzo scritto in sole tre settimane.
È la storia di due ragazze che fuggono dalla campagna irlandese verso Dublino, in cerca di amore, libertà e una vita propria. Il libro si intitola “The Country Girls” e cambierà per sempre la letteratura irlandese.
La risposta è immediata e feroce: il libro viene bandito ed Edna O’Brien diventa una paria nella sua terra.
La madre la rinnega così come la sua città natale; quando arrivano i primi assegni dei diritti d’autore, suo marito glieli fa firmare e le restituisce solo qualche sterlina per le spese domestiche.
Di così scandaloso nelle sue pagine c’è solo la verità; il racconto osceno e impudico del corpo, della sessualità e dei desideri delle donne irlandesi.
Tra le pagine, anche temi come violenza domestica, l’oppressione della Chiesa cattolica, il soffocamento sistematico della vita femminile in una società che voleva le donne silenziose, obbedienti, invisibili.
Come ha scritto la scrittrice Eimear McBride, O’Brien “ha dato voce a corpi cresciuti nell’aspettativa della violenza, dello stupro, delle gravidanze forzate, dei parti infiniti e pericolosi, della reclusione domestica e del rischio costante di istituzionalizzazione”.
Edna O’Brien ha continuato a scrivere per sessant’anni, pubblicando diciassette romanzi, sempre fedele alla stessa urgenza: dire ciò che non si doveva dire, raccontare ciò che era considerato indicibile.
Ha pagato un prezzo altissimo, ma ha aperto la strada a una generazione di scrittrici irlandesi che oggi possono esistere grazie al suo coraggio.
The Country Girls è stato bandito, bruciato, disprezzato ma è sopravvissuto.
E quella sopravvivenza è la migliore risposta che Edna O’Brien potesse dare a chi voleva metterla a tacere. Perché il silenzio protegge sempre chi opprime, mai chi viene oppresso.
E scrivere, per chi non ha voce, è l’unico modo per reclamare la propria esistenza.
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Irlanda, 1960.
Una scrittrice trentenne pubblica il suo primo romanzo scritto in sole tre settimane.
È la storia di due ragazze che fuggono dalla campagna irlandese verso Dublino, in cerca di amore, libertà e una vita propria. Il libro si intitola “The Country Girls” e cambierà per sempre la letteratura irlandese.
La risposta è immediata e feroce: il libro viene bandito ed Edna O’Brien diventa una paria nella sua terra.
La madre la rinnega così come la sua città natale; quando arrivano i primi assegni dei diritti d’autore, suo marito glieli fa firmare e le restituisce solo qualche sterlina per le spese domestiche.
Di così scandaloso nelle sue pagine c’è solo la verità; il racconto osceno e impudico del corpo, della sessualità e dei desideri delle donne irlandesi.
Tra le pagine, anche temi come violenza domestica, l’oppressione della Chiesa cattolica, il soffocamento sistematico della vita femminile in una società che voleva le donne silenziose, obbedienti, invisibili.
Come ha scritto la scrittrice Eimear McBride, O’Brien “ha dato voce a corpi cresciuti nell’aspettativa della violenza, dello stupro, delle gravidanze forzate, dei parti infiniti e pericolosi, della reclusione domestica e del rischio costante di istituzionalizzazione”.
Edna O’Brien ha continuato a scrivere per sessant’anni, pubblicando diciassette romanzi, sempre fedele alla stessa urgenza: dire ciò che non si doveva dire, raccontare ciò che era considerato indicibile.
Ha pagato un prezzo altissimo, ma ha aperto la strada a una generazione di scrittrici irlandesi che oggi possono esistere grazie al suo coraggio.
The Country Girls è stato bandito, bruciato, disprezzato ma è sopravvissuto.
E quella sopravvivenza è la migliore risposta che Edna O’Brien potesse dare a chi voleva metterla a tacere. Perché il silenzio protegge sempre chi opprime, mai chi viene oppresso.
E scrivere, per chi non ha voce, è l’unico modo per reclamare la propria esistenza.
@bvlevard

🎙️PUNTATA 2 — FUORI CASA con @scomodo
Il 2 maggio, dentro “Napoli, dove sei finita?”, ci prendiamo un tempo per parlare di questa bizzarra anomalia: la città che continua a vendersi benissimo ma diventa sempre più difficile da abitare.
Fuori casa parte da qui. Dalla crisi dell’abitare, certo, ma anche da tutto ciò che le gira attorno e la accelera: pressione turistica, foodification, affitti brevi, quartieri trasformati in distretti del consumo, città che si fanno prodotto e comunità che si ritrovano lentamente fuori gioco.
Ne parliamo con Sara Paolella (@bvlevard), caporedattrice di Scomodo, che da tempo lavora su precarietà, cultura, geografie di esclusione, turistificazione e diritto alla città.
Con
@bvlevard / Scomodo
Host: @azeb_it
🕠 17.30 — 18.15
📍 Spazi esterni de La Santissima Community Hub
☀️ Ingresso liberissimo e gratuito.
Si viene, si ascolta, si prende il sole e si prova a capire quando una città smette di essere casa e comincia a somigliare troppo a un’esperienza ben confezionata.
Con @lasantissima_communityhub @cratera_fucine
Con il contributo della *Regione Campania – Direzione Generale Governo del Territorio (L.R. 19/2019)

🎙️PUNTATA 2 — FUORI CASA con @scomodo
Il 2 maggio, dentro “Napoli, dove sei finita?”, ci prendiamo un tempo per parlare di questa bizzarra anomalia: la città che continua a vendersi benissimo ma diventa sempre più difficile da abitare.
Fuori casa parte da qui. Dalla crisi dell’abitare, certo, ma anche da tutto ciò che le gira attorno e la accelera: pressione turistica, foodification, affitti brevi, quartieri trasformati in distretti del consumo, città che si fanno prodotto e comunità che si ritrovano lentamente fuori gioco.
Ne parliamo con Sara Paolella (@bvlevard), caporedattrice di Scomodo, che da tempo lavora su precarietà, cultura, geografie di esclusione, turistificazione e diritto alla città.
Con
@bvlevard / Scomodo
Host: @azeb_it
🕠 17.30 — 18.15
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☀️ Ingresso liberissimo e gratuito.
Si viene, si ascolta, si prende il sole e si prova a capire quando una città smette di essere casa e comincia a somigliare troppo a un’esperienza ben confezionata.
Con @lasantissima_communityhub @cratera_fucine
Con il contributo della *Regione Campania – Direzione Generale Governo del Territorio (L.R. 19/2019)

oggi i giornalisti sono in sciopero.
penso spesso a queste parole di Sergio Lepri.

oggi i giornalisti sono in sciopero.
penso spesso a queste parole di Sergio Lepri.

oggi i giornalisti sono in sciopero.
penso spesso a queste parole di Sergio Lepri.

oggi i giornalisti sono in sciopero.
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oggi arriva la primavera e con lei nasce Alda Merini che è una delle poche che mi ha insegnato ad amare la poesia

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sono andata a una festa un po’ chic e ho provato a non vestirmi troppo da bimba punk ma ho fallito i guess

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